La rinascita di Angelo Valente: “Vi racconto la mia nuova vita”

La rinascita di Angelo Valente: “Vi racconto la mia nuova vita”

L’ex campione di kickboxing Angelo Valente racconta la sua rinascita in un documentario: dalla malattia fino alle gioie da coach e il successo come promoter.

Angelo Valente è uno di quei nomi, nel panorama del fighting italiano, che ha bisogno di ben poche presentazioni. Vanta 79 match da professionista nella kickboxing, in cui si è laureato campione nel mondo quattro volte  in tre sigle differenti e in diverse categorie di peso.

Una volta conclusa la carriera sul ring, Valente si è dedicato all’insegnamento aprendo la palestra Kick And Punch a Pieve Emanuele (Milano). Ad oggi fanno parte del suo team atleti del calibro di Luca Cecchetti, Cristina Caruso e Luca Grusovin, tutti pluri campioni mondiali. Ma non solo: dal 2012 Valente è organizzatore dell’evento The Night of Kick And Punch, diventato un punto di riferimento per gli appassionati.

Lo abbiamo raggiunto in occasione dell’uscita di A new life, il documentario diretto da Maurizio Pavone che ripercorre alcuni momenti cruciali della vita recente di Valente.

In che modo stai gestendo la quarantena, sia come coach che da proprietario di una palestra?

Lo Stato non tutela per niente i titolari di attività come la nostra, perché sono registrate in qualità di Associazioni Sportive Dilettantistiche (ASD). Siamo messi male, la situazione resta ugualmente critica anche se ci danno 600€ ogni tanto. L’affitto e le spese di gestione delle strutture devi continuarle a pagare. Vedremo, non si capisce ancora quando potremo ripartire. Soprattutto se pensi agli sport da combattimento, dove il contatto è inevitabile.

Da coach mi mancano i miei ragazzi, con cui sono sempre in contatto. Non gli ho consigliato nessun allenamento in particolare. Insegno boxe e kickboxing, non mi occupo della preparazione atletica; per cui al di là del vuoto, del sacco e del tapis roulant per chi ha la fortuna di averli, non posso assisterli più di tanto. Il nostro è uno sport dove il confronto con un’altra persona è fondamentale per imparare, non si riesce a combinare molto da soli.

L’unico aspetto positivo è che in palestra, dovendo seguire gli agonisti, fare le lezioni individuali e gestire la struttura, riesco a dedicare poco tempo a me stesso. In questo periodo invece mi sto allenando tutti i giorni: paradossalmente sono più in forma adesso che prima.

Angelo Valente in uno scatto di Maurizio Pavone/Warrior of Creativity.

Nel documentario emergono due aspetti fondamentali della tua vita attuale. Il primo è la scoperta e la passione per l’insegnamento della kickboxing ai bambini. Quando hai deciso di iniziare ad allenarli?

Ho cominciato a dedicarmi a loro 3 o 4 anni fa. È stato un caso: prima il corso lo faceva una ragazza che a un certo punto ha dovuto lasciare, quindi, in mancanza di alternative, l’ho preso in mano io. Senza questa circostanza non penso che lo avrei fatto, perché credevo di non essere abbastanza paziente, qualità fondamentale quando si parla di bambini. Una volta iniziato, invece, mi sono trovato benissimo, divertendomi da sin da subito.

Perché sei rimasto così coinvolto?

I bambini sono delle spugne. Fanno esattamente quello che gli dici. Quando gli spiego una tecnica, poi vedo che ognuno la fa a modo suo, ma tutti ci mettono l’anima per impararla. Da maestro, questi piccoletti ti danno delle soddisfazioni enormi. Non a caso siamo l’unica palestra che propone corsi dedicati a loro dal lunedì al sabato. Li alleno sei volte a settimana sia perché sono la mia passione, che per suddividerli nei diversi turni, dato che sono davvero tanti.

Ai campionati FIKBMS i bambini che porto io a esibirsi conquistano sempre il primo o secondo posto. Non perché i miei siano dei fenomeni, ma perché ci investo tanto tempo, tutto quello che le altre palestre non gli dedicano. La costanza nell’allenamento fa tanto, principalmente a quell’età. Più li coinvolgi e gli vuoi bene, più loro ti ripagano. Sono molto legato ai miei piccoli guerrieri.

“Sono molto legato ai miei piccoli guerrieri” (Credits: Maurizio Pavone/Warrior of Creativity).

Il secondo tema cruciale che spicca nel documentario è la tua battaglia, per fortuna vincente, contro il cancro. Nadia Toffa disse: “Sono riuscita a trasformare la malattia in un dono, un’occasione, un’opportunità.”. Questa frase suscitò aspre polemiche. Tu cosa ne pensi?

La condivido, è la pura verità. Può fare polemica chi non è stato malato di cancro, altrimenti capisci il significato profondo di questa frase. La malattia è una disgrazia, una cosa bruttissima che ti capita. Non ci puoi fare niente: devi combatterla senza perderti d’animo. Però ti fa comprendere davvero il valore della vita, che una persona qualunque spesso non coglie. Lo impari quando sei stato ad un passo dalla morte.

Ho passato un anno in ospedale in cui potevo parlare con mia moglie tramite un vetro, perché ero in isolamento. Alla fine di un ennesimo ricovero, in cui ero stato molto male, sono andato a fare una banale passeggiata. Quella camminata di mattina presto mi è sembrata la cosa più bella del mondo. Riuscivo a cogliere ed apprezzare tutto: i rumori, i profumi, i colori. Prima del cancro non lo avrei mai fatto.

È per questo che Nadia ha ragione: quando sei stato malato dai un nuovo significato alla vita. Mi rispecchio molto nelle sue parole, poi ognuno le interpreta come meglio crede. Qualcuno potrà pensare che io dica così perché sono riuscito a guarire. Ma ho perso anche tanti amici, persone conosciute in ospedale, e non me li dimentico.

Il Tweet di Nadia Toffa che scatenò diverse reazioni (Credits: nextQuotidiano).

Come hai affrontato quel periodo?

Un male così grande mi ha fatto soffrire tantissimo, ovviamente. Ho sempre fatto fatica a parlarne: la malattia mi metteva in imbarazzo. Sai, vai in giro senza capelli, pallido, magro e con la mascherina. La gente capisce, e ti guarda con compassione. Questo non sono mai riuscito ad accettarlo.

Ho deciso di aprirmi e raccontare la mia esperienza nel documentario perché voglio essere di sostegno a chi sta ancora combattendo il cancro. So che posso essere di aiuto perché io stesso, mentre ero in ospedale, andavo a leggere le storie di chi era guarito. Mi davano molta forza.

“Voglio essere di sostegno a chi sta ancora combattendo” (via Facebook/Angelo Valente).

Il fatto di essere stato un fighter credi ti abbia aiutato in questa battaglia oppure, dato che eri abituato a sentirti un atleta, ha peggiorato l’impatto mentale della diagnosi su di te?

È stato difficile passare dal vedersi come il fighter sempre pronto a battersi sul ring, a dover accettare la condizione di malato, che sotto certi aspetti è umiliante. Allo stesso però la mentalità da combattente mi è servita molto, non ho mai mollato e anzi mi ha spinto a tenere duro.

Sei stato all’angolo di moltissimi atleti in diverse discipline. In che modo gestisci questo ruolo?

Mi baso molto sul fighter che ho davanti. In quelle situazioni la persona viene prima dell’atleta. Devi conoscerli profondamente per capire come puoi supportarli al meglio. Spesso sono molto diversi tra loro: ad esempio Cecchetti è molto tranquillo prima dei match, mentre la Caruso è più impulsiva. Ho imparato a capirli e così ho realizzato come comportarmi. Devi essere uno psicologo, al di là dei suggerimenti tecnici. In questi sport l’aspetto mentale è tutto.

Valente all’angolo del pugile Daniele “King Toretto” Scardina (Credits: Maurizio Pavone/Warrior of Creativity).

Qual è il tuo allievo a cui ti senti più legato tanto umanamente quanto per i risultati sportivi?

È brutto fare preferenze, io sono legato a tutti i miei ragazzi, che hanno un grande cuore. Siamo una famiglia, metterei la mano sul fuoco per ognuno di loro. Non mi interessa gestire super campioni, cerco prima di tutto brave persone. Mi è capitato di allontanare tanti fighter forti, che però umanamente non mi piacevano. L’intesa è tutto, serve coesione per puntare a obiettivi comuni.

Anche dal punto di vista stilistico, cerco sempre di assecondare le predisposizioni di un atleta. Ognuno ha il suo modo di combattere.

Quali sono le differenze principali negli sport da combattimento tra oggi e quando calcavi tu il ring?

Ce ne sono molte. Tecnicamente nella kick sono cambiati molto i calci, ad esempio adesso si gira di più l’anca per sferrarli. Anche l’approccio al match è diverso: prima gli incontri erano più “guerriglie”, ora sono maggiormente tattici e strategici. Ma soprattutto la preparazione atletica ha fatto passi da gigante, è diventata specifica e influisce tanto. Gli atleti di oggi hanno una condizione fisica migliore, sono più strutturati. Però sono sempre convinto che l’aspetto davvero fondamentale sia la mentalità, che batte persino l’atletismo.

Valente insieme all’atleta Luca Cecchetti dopo un match vinto (Credits: Maurizio Pavone/Warrior of Creativity).

Tecnicamente, che tipo di atleta pensi di essere stato?

Ero completo. Ho curato molto il pugilato, dove sono stato sia dilettante che pro per una cinquantina di incontri in totale. Spesso mi suggerivano di dedicarmi solo a quello, ma io ero innamorato anche della kick. Sono riuscito a mettere insieme le due passioni: mi capitava di combattere un sabato di boxe, e quello successivo di kickboxing. E sai una cosa? Non ho mai capito la mia preferenza tra i due sport.

Mi è sempre piaciuto regalare spettacolo al pubblico con calci girati e doppiando i colpi di braccia, montanti e ganci. Devo molto del mio stile al fatto che mi allenassi alla palestra Doria di Milano con Lino Guaglianone e Ottavio Tazzi, anche se il mio primo maestro è stato Roberto Giacomelli, in un momento ancora precedente all’apertura della sua Bulldog’s Gym.

Mentalmente ero solido, accettavo qualsiasi incontro senza preoccuparmi dell’avversario, mi interessava solo combattere. Volevo sapere solo se fosse mancino o meno. Non ho mai sofferto i match: avvertivo la tensione e l’adrenalina, temevo di sbagliare e deludere chi mi supportava, ma non ho mai avuto paura di affrontare qualcuno sul ring. Devi temere il tuo avversario, senza averne il terrore.

“Ero un atleta completo” (Credits: Sportfair.it).

Qual è il tuo ricordo più bello sul quadrato?

Ricordo sempre con grande piacere la vittoria del mio primo titolo mondiale, quello WKA, nel 1999.

E invece l’incontro più duro?

Di incontri tosti ne ho fatti parecchi: ad esempio uno titolato contro Ruben Diaz, che poi è diventato campione europeo di boxe nel 2017. Lì ho perso, e la sconfitta non mi è mai andata giù. Avevo sbagliato tattica, potevo vincerlo e invece sento di averlo buttato via. Oppure quando ho affrontato l’americano Melvin Murray, battendolo e aggiudicandomi la cintura mondiale dopo 12 riprese durissime. E molti altri.

Così come ho fatto anche tanti match più “comodi”, i cosiddetti incontri-test. Servono per capire a che punto sei prima di appuntamenti importanti, come i titoli mondiali. Anche adesso li faccio fare ai miei atleti: se vuoi che crescano bene, arricchire il loro bagaglio di esperienza e prepararli a sfide prestigiose, è la strada migliore. Un passo alla volta, così si costruiscono le carriere. Altrimenti rischi di “bruciarli”.

 

Sei anche promoter. Quali sono gli aspetti più difficili di essere un organizzatore?

Tantissimi. Considera che io faccio anche il matchmaker dei miei eventi, perché mi appassiona, quindi le difficoltà sono ancora maggiori. Giro i galà per selezionare gli atleti e pensare agli abbinamenti, cerco di capire chi potrei far sfidare. È il valore aggiunto di The Night of Kick And Punch.

Ho iniziato nel 2012 quasi per caso. Giorgio Castoldi mi ha proposto di organizzare insieme quello che poi è diventato il primo The Night of Kick And Punch. Ci aspettavamo 300 persone, ne sono arrivate mille. Ero entusiasta, mi è piaciuta molto come esperienza. Anche perché ero riuscito a trovare e coinvolgere da subito diversi sponsor nel progetto. E così sono diventato promoter.

Valente abbraccia il figlio e la moglie sul ring di The Night of Kick and Punch (Credits: Maurizio Pavone/Warrior of Creativity).

Qual è la formula vincente del tuo galà?

Penso che The Night of Kick and Punch sia un evento che ad ogni edizione è riuscito ad alzare ancora di più l’asticella. Ogni appuntamento è più curato e spettacolare del precedente, cerco sempre di migliorarlo sotto ogni punto di vista (match, luci, scenografie, catering, ospiti, ecc). Guardo poco il lato economico: se ho un budget di 10, preferisco spendere 20 e fare un galà di qualità, piuttosto che investirne 8 per essere sicuro di rientrare con le spese. Per me è fondamentale coinvolgere gli soettatori, regalandogli uno spettacolo. È la stessa mentalità che avevo quando ero un fighter. Confido nel fatto che il pubblico recepisca il messaggio, e finora è stato così.

A novembre, incrociando le dita vista la situazione, è fissato il prossimo appuntamento.

Hai conosciuto e allenato molti VIP. Chi è il più portato sul ring?

Mi è rimasto impresso Paolo Maldini, lo allenavo due volte a settimana e non mancava mai. Anche Elisabetta Canalis è appassionata, viene spesso in palestra e non si toglie i guantoni finché non è esausta. Ha presentato anche i miei ultimi galà, è una persona splendida. Oppure Michele Briamonte, noto avvocato e mio grande amico che si allena come un vero fighter, oltre ad essere sponsor della palestra, del nostro team di atleti e degli eventi The Night of Kick And Punch con il suo marchio Sap Fighting Style. Poi per simpatia ti dico Andrea Pucci.

Valente con parte della sua famiglia, Elisabetta Canalis e Andrea Pucci sul palcoscenico di The Night of Kick And Punch (Credits: Maurizio Pavone/Warrior of Creativity).

Quando ti guardi allo specchio, oggi cosa vedi?

Vedo un Maestro di kickboxing e pugilato che, per quello che ha vissuto sul ring e nella vita, può darvi tanto. Sia come coach che come uomo.

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