Valdinocci: “Vi spiego la vittoria del titolo mondiale e il camp con la Grasso”

Valdinocci: “Vi spiego la vittoria del titolo mondiale e il camp con la Grasso”

Jordan Valdinocci, neo campione WKU, commenta ai nostri microfoni la vittoria del titolo mondiale ed il camp svolto in Messico per il match di Alexa Grasso a UFC 258.

Jordan Valdinocci, atleta pesarese classe 1992, si è laureato campione del mondo WKU al limite dei 67 kg durante l’evento tedesco Steko’s Fight Night, tenutosi a Monaco di Baviera sabato 13 marzo.

Il kickboxer tricolore ha superato nettamente l’atleta di casa Diar Hessen per decisione dei giudici dopo le cinque riprese previste per i match titolati, ed ha portato il suo record a 37 vittorie e 8 sconfitte.

Come hai vissuto il match sul ring, nel vivo dell’azione?

L’incontro è stato molto duro. Nelle prime tre riprese sono riuscito a controllare benissimo il mio avversario e tenerlo alla giusta distanza, andava a vuoto e si è molto innervosito. Invece nel quarto round mi ha messo in difficoltà, ho iniziato ad accusare la stanchezza e perdere lucidità. Nell’ultima ripresa ho, di cuore, portato qualche colpo e sono riuscito a chiudere definitivamente la partita. Ricordo particolarmente una ginocchiata tirata al volto che ha scosso il mio avversario.

Quale strategia avete preparato per l’incontro?

La strategia adottata era basata su tre punti fondamentali: Hessen è 6/7 cm più basso di me, è destro ed è un brevilineo; io invece sono mancino ed ho uno stile attendista. In particolare, abbiamo lavorato sul mantenere la distanza ed ha funzionato, perché lui ha cercato di portare molto i ganci ma, così facendo, ha faticato a trovarmi. Inoltre, abbiamo visto che non bloccava i calci, quindi ho lavorando tanto con le gambe. Ho insistito a portare calci bassi sul suo interno coscia sinistro e middle kick per tenerlo lontano.

Diar Hessen ti ha sorpreso sotto qualche aspetto?

Hessen è un avversario molto duro. Mi ha sorpreso la sua resistenza ai colpi, sia nell’atteggiamento e sia nella tenuta fisica. Gli ho colpito più volte l’interno coscia, aveva la gamba completamente nera e zoppicava, ma ha continuato ad avanzare fino alla fine, senza mollare nemmeno di un centimetro. Ha anche rischiato di andare giù con una ginocchiata, si è alzato guardando il vuoto ma continuava a colpire.

Come ti ha condizionato il Covid nella preparazione al match?

È stata una preparazione molto complicata. Io sono di Pesaro, ma mi alleno per la parte pugilistica a Fano e per la parte di thai e kickboxing rispettivamente a Rimini e San Marino; quindi, cambio città, regione e Stato. Tutte le documentazioni necessarie per le trasferte, i rischi di multa ed una grande incertezza mi hanno portato a fare una preparazione pesante anche dal punto di vista mentale.

Era tutto palestra, casa e dieta perché non avevo la possibilità di svagarmi e scaricare lo stress con gli amici. Inoltre, avevo costantemente il dubbio che da un giorno all’altro mi bloccassero il match per qualsiasi ragione, e quindi temevo di fare un sacrificio enorme senza avere la certezza di poter raccogliere i risultati.

Negli scorsi mesi sei stato in Messico per aiutare Alexa Grasso nel suo camp di preparazione al match (un co-main event) di UFC 258. Come è nata questa occasione? 

A dicembre sono stato in Messico, a Guadalajara, per allenare Alexa Grasso nella parte di striking in vista del suo match contro Maycee Barber, che è una mancina come me. Sono stato contattato dal Team Grasso, in particolare dall’ head coach Francisco Franco. In passato ho avuto una relazione con Alejandra Lara, fighter Bellator, che ha avuto grandi miglioramenti a livello di striking dopo essersi allenata con me. Dopo aver vinto due match consecutivi, la mia allora ragazza, mi ha menzionato in un’intervista e, probabilmente, è stata la scintilla che ha fatto uscire il mio nome.

Su cosa avete lavorato durante la preparazione?

Con Alexa ci siamo concentrati soprattutto sulle azioni da mancini, inteso come acquisizione degli spazi e delle linee giuste da cui colpire. Da questa impostazione, e contro altri atleti mancini, la cosa più difficile è il posizionamento, perché cambiano le distanze e le linee da cui arrivano i colpi. Quindi sono stato chiamato per sopperire allo svantaggio tattico che solitamente si ha contro i sinistri, più abituati ad affrontare avversari con guardia opposta.

Prosegue nella pagina successiva.

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