Marvin Hagler, in memoria del campione che ha dovuto dimostrare tutto

Marvin Hagler, in memoria del campione che ha dovuto dimostrare tutto

In ricordo di Marvin Hagler, il “meraviglioso” del ring troppo spesso sottovalutato, ma che non è mai stato uno dei tanti. 

Marvin Hagler è stato un campione della nobile arte del pugilato. Ma diamo il giusto peso alle parole. Di campioni, a livello di nome, ce ne sono tanti. Ecco, lui non è stato uno dei tanti.

Basterebbe vedere il suo stile sul ring: un manuale di tecnica in movimento. Mancino, ma con un’abilità semplicemente incredibile di cambiare guardia. Una di quelle cose che non si può insegnare, un dono innato che fluiva naturale nella sua boxe. Difesa, attacco, spostamenti, boxe a distanza, corpo a corpo, gestione del ring e dell’incontro in generale. Forza, pugni da KO con entrambe le mani e con ogni colpo, resistenza fisica, una mascella indistruttibile.

Ma soprattutto Hagler dava quell’impressione di essere sempre rilassato, mai contratto, mai in affanno, in totale controllo di quello che era il suo mondo delimitato dalle quattro corde. Ma se non siete per questa poetica, ci sono i numeri.

Marvin Hagler portato in trionfo. Credits: Manny Millan/Sports Illustrated

Le statistiche di Hagler

Parliamo di uno dei più grandi pesi medi di tutti i tempi. Perché, al contrario di altri, lui ha conosciuto solo una categoria di peso. Dominandola. 67 match, 62 vittorie di cui 52 per KO, il che gli vale la più alta percentuale di vittorie per knockout nei medi.

Campione del mondo dal 1980 al 1987, con 12 difese del titolo consecutive: la terza striscia più lunga della storia della boxe, in ogni categoria. Un simbolo del pugilato dei suoi tempi, che per inciso è stato un periodo d’oro per le categorie sotto i massimi. La descrizione di un fenomeno, un predestinato, un uomo condotto alla gloria dagli dèi della boxe. Ma la realtà, come spesso accade, non è così semplice.

Il numero dei match già qualcosa dice. Niente Olimpiadi a lanciare la sua carriera, strada in salita con tanti incontri da pochi dollari con sconosciuti. Ancora di più, è eloquente quanto Hagler ci abbia messo ad avere la sua prima occasione di vincere il titolo mondiale. La chance, infatti, è arrivata all’incontro numero 50. Quando un pugile medio ha già appeso i guantoni al chiodo, in pratica: dopo 6 anni di carriera.

Eppure il talento era chiaro, ben evidente. E il record molto positivo, 46 vittorie, 2 sconfitte e 1 pari. Cosa ha rallentato così tanto la strada di Hagler? Per citare Joe Frazier, aveva tre problemi: essere nero, essere bravo ed essere mancino. A questi si aggiunge il fatto di essere sempre rimasto legato ai Petronelli, suoi primi allenatori e poi manager. Non ha mai accettato di cambiare, e quindi non è mai entrato nei giri giusti, quelli che gli avrebbero velocizzato la carriera. Troppo pericoloso e troppo poco inserito.

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